lunedì 18 agosto 2014

Istruzioni per l'uso


Come si fronteggia l’astinenza? Esiste una maniera universale di “resistere”?

Qualche volta un nuovo partecipante al gruppo mi rivolge una richiesta molto secca: “mi dica come devo fare per non giocare (o non bere)”.

Sicuramente è una richiesta lecita e naturale, questo non lo metto in dubbio: chi non vorrebbe avere, in questa situazione, una sorta di “libretto di istruzioni” che dica cosa fare e cosa non fare. Purtroppo mi ritrovo a disilludere la richiesta perché, come non esiste un farmaco magico, non esiste neppure un metodo universale che vada bene per tutti indistintamente.

Chi non ha mai chiesto un consiglio che puntualmente poi non ha messo in pratica? Questo perché, nonostante la sincera volontà che qualcuno ci aiuti in un momento di dubbio o di difficoltà, non è detto che quello che ci viene suggerito lo sentiamo come qualcosa che “fa per noi”.

Nell’affrontare questo argomento può essere utile prendere nuovamente in considerazione la prospettiva del gruppo.

Il gruppo rispetta e rispecchia un concetto molto semplice: quello di equifinalità. Questo significa che le persone possono sviluppare problematiche simili per sofferenza e caratteristiche, partendo però da situazioni e cause diverse.

Dal confronto tra le singole esperienze ognuno può comprendere che esistono anche realtà diverse dalla propria e, quindi, iniziare anche a considerare la propria situazione in una nuova luce sentendosi prima di tutto meno solo.

Se questo vale per il passato, cioè per i motivi che hanno portato al gruppo, vale sicuramente anche per il presente ed il futuro: come affrontare la nuova condizione di giocatore/alcolista in trattamento. Ogni partecipante condivide con il resto del gruppo la sua esperienza attuale e le modalità con cui la sta affrontando. Così facendo viene messo sul tavolo un grande numero di varianti dal quale ognuno può attingere per trovare o migliorare il proprio “metodo”.

Il lavoro di gruppo quindi si focalizza sul far sì che ognuno trovi autonomamente la propria strategia. Qualcosa che sente come proprio perché è stato lui stesso a sceglierlo.

Come ho avuto modo di dire, il gruppo serve, sì, per il trattamento del gioco d’azzardo e quindi di chi gioca, ma anche per il familiare che l’accompagna.

Spesso, sull’onda delle emozioni causate dalla scoperta da parte del familiare della dipendenza da gioco, si possono mettere in atto comportamenti che, pur nella volontà di aiutare, risultano spesso inefficaci, quando non peggiorano il problema. Confrontarsi con altri familiari può essere un buon modo per trovare la propria maniera di aiutare il marito, moglie o figlio.

Fermarsi a parlare, a confrontarsi anche solo una volta a settimana può sembrare poco, ma permette di aprire uno piccolo spazio per pensare a quello che sta succedendo e a come porvi rimedio.