Come si
fronteggia l’astinenza? Esiste una maniera universale di “resistere”?
Qualche volta un
nuovo partecipante al gruppo mi rivolge una richiesta molto secca: “mi dica
come devo fare per non giocare (o non bere)”.
Sicuramente è una
richiesta lecita e naturale, questo non lo metto in dubbio: chi non vorrebbe
avere, in questa situazione, una sorta di “libretto di istruzioni” che dica
cosa fare e cosa non fare. Purtroppo mi ritrovo a disilludere la richiesta
perché, come non esiste un farmaco magico, non esiste neppure un metodo
universale che vada bene per tutti indistintamente.
Chi non ha mai
chiesto un consiglio che puntualmente poi non ha messo in pratica? Questo
perché, nonostante la sincera volontà che qualcuno ci aiuti in un momento di
dubbio o di difficoltà, non è detto che quello che ci viene suggerito lo
sentiamo come qualcosa che “fa per noi”.
Nell’affrontare
questo argomento può essere utile prendere nuovamente in considerazione la
prospettiva del gruppo.
Il gruppo
rispetta e rispecchia un concetto molto semplice: quello di equifinalità. Questo significa che le
persone possono sviluppare problematiche simili per sofferenza e
caratteristiche, partendo però da situazioni e cause diverse.
Dal confronto tra
le singole esperienze ognuno può comprendere che esistono anche realtà diverse
dalla propria e, quindi, iniziare anche a considerare la propria situazione in
una nuova luce sentendosi prima di tutto meno solo.
Se questo vale
per il passato, cioè per i motivi che hanno portato al gruppo, vale sicuramente
anche per il presente ed il futuro: come affrontare la nuova condizione di
giocatore/alcolista in trattamento. Ogni partecipante condivide con il resto
del gruppo la sua esperienza attuale e le modalità con cui la sta affrontando.
Così facendo viene messo sul tavolo un grande numero di varianti dal quale
ognuno può attingere per trovare o migliorare il proprio “metodo”.
Il lavoro di
gruppo quindi si focalizza sul far sì che ognuno trovi autonomamente la propria
strategia. Qualcosa che sente come proprio perché è stato lui stesso a
sceglierlo.
Come ho avuto
modo di dire, il gruppo serve, sì, per il trattamento del gioco d’azzardo e
quindi di chi gioca, ma anche per il familiare che l’accompagna.
Spesso, sull’onda
delle emozioni causate dalla scoperta da parte del familiare della dipendenza
da gioco, si possono mettere in atto comportamenti che, pur nella volontà di
aiutare, risultano spesso inefficaci, quando non peggiorano il problema. Confrontarsi
con altri familiari può essere un buon modo per trovare la propria maniera di
aiutare il marito, moglie o figlio.
Fermarsi a
parlare, a confrontarsi anche solo una volta a settimana può sembrare poco, ma
permette di aprire uno piccolo spazio per pensare a quello che sta succedendo e
a come porvi rimedio.