Vorrei affrontare
l’argomento più delicato e discusso durante gli incontri. Potremmo definirlo
l’Argomento: il peso della stigmatizzazione sociale, il marchio.
Quasi tutti i
partecipanti affermano che ormai erano conosciuti dalla gente come “il
giocatore”, “l’alcolizzato” o epiteti peggiori.
Premetto che questa
è una consapevolezza a posteriori. Quando si giocava o si beveva, a queste cose
non ci si faceva caso mentre ora, partecipando agli incontri, iniziando a
vedere con occhi diversi il proprio comportamento sembra sorgere spontanea questa
considerazione dalla quale scaturisce una domanda: chi è considerato giocatore, agli occhi della gente lo rimarrà per
sempre? A volte nella sua variante: agli occhi dei miei familiari sarò
sempre un giocatore, senza possibilità di recuperare la fiducia?
Qui possiamo fare
una distinzione importante tra gioco d’azzardo e alcol.
Premesso che
entrambe le dipendenze portano con sé effetti di tipo fisico, nel secondo caso
questi sono sicuramente più marcati e visibili. Questo significa che chiunque,
che sappia o meno del problema legato all’alcol, può accorgersi del
miglioramento di salute, visibile appunto anche esteticamente, di chi ha smesso
di bere. Molti infatti raccontano di commenti da parte della gente, di
complimenti per una forma ritrovata. Questo sicuramente funziona anche da
rinforzo per continuare sulla strada della sobrietà.
Il discorso si
complica un po’ riguardo al gioco d’azzardo che come abbiamo visto è una
dipendenza di tipo psicologico.
E’ più difficile,
da quel che sento, “dimostrare” il proprio cambiamento agli altri e quindi
senza spunti dall’esterno, la domanda troverà risposta con maggiore difficoltà.
Questo viene confermato dalla “lentezza”, per esempio, con la quale si recupera
la fiducia del familiare.
Finora ho
presentato la questione dal punto di vista del giocatore, ma possiamo provare a
ribaltare il punto di vista. Quanto una persona, che giocava d’azzardo, si
sente ancora giocatore? Quanto la preoccupazione rispetto al giudizio altrui
rispecchia invece una preoccupazione interna a se stessi?
L’esempio che più
mi ha colpito: la sera in cui un partecipante, entrando nella stanza dove si
svolge l’incontro, sorridendo si è tirato su la manica della camicia e ha finto
di mostrare il tatuaggio, come in un campo di concentramento. Un’azione che
forse voleva sdrammatizzare la situazione, ma che, più di molte parole, ha
chiarito in un attimo il suo punto di vista: portava un marchio indelebile
sulla pelle.
Dopo aver fatto
un percorso, però, e aver smesso per un buon periodo di tempo, l’importanza
data a quello che pensa la gente viene notevolmente ridimensionata.
Potrebbe essere
che una volta che si comincia a vedersi come qualcosa di diverso da un giocatore,
per esempio come una persona che non gioca, che non ha bisogno di giocare o che
non vuole giocare, si inizi parimenti a preoccuparsi meno degli altri, ci si senta
meno giudicati.
Cercare di capire
quale sia la maniera giusta di vedere la questione o quale dei due punti di
vista venga prima sarebbe tempo sprecato perché non serve. Forse è più utile
considerala come un’alternanza delle due.