venerdì 20 giugno 2014

La ricaduta


Quando si entra a far parte di un gruppo di auto mutuo aiuto, avere a che fare con l’astinenza da gioco d’azzardo corrisponde ad avere a che fare anche con il rovescio della medaglia: la possibilità della ricaduta.

La metodologia dell’ACAT prevede che una persona, che intraprende il percorso di gruppo, si attenga alla totale astinenza da gioco già dal giorno del suo primo incontro. Questo significa che un comportamento mantenuto, a volte, per anni deve essere interrotto senza vie di mezzo, quasi fosse un interruttore che si accende e si spegne.

Il fatto è che, ne siamo consapevoli, la dipendenza (psicologica), in questo caso da gioco, purtroppo non funziona alla stessa maniera e non si può spegnere a piacimento.

Ci si ritrova quindi a muoversi su un doppio registro: da un lato lo sforzo di smettere un comportamento, dall’altro la tentazione quasi continua a metterlo in atto.

Sarebbe troppo bello, e quasi magico, se entrare a far parte del gruppo e chiedere di smettere totalmente di giocare bastasse a far uscire una persona dal vortice del gioco: la verità è che all’inizio non sarà semplice, ci vorrà un grande sforzo per non cedere alla voglia di giocare.

Giocare ha una sua funzione nella vita del giocatore. Abbiamo visto come giocare può servire, tra i vari motivi, per non pensare, per fuggire temporaneamente dalle preoccupazioni quotidiane o per isolarsi. A volte si tratta di un vero e proprio rituale, quasi un’abitudine, che sfocia nella dipendenza. Se consideriamo questi aspetti, possiamo capire quanto, una cosa così radicata, e funzionale, sia difficile da estirpare in un attimo. Questo per dire che di fronte a situazioni stressanti, o che possono preoccupare oltre misura, la possibilità che si usi il “vecchio” sistema per affrontarle diviene molto concreta, soprattutto nel primo periodo di astinenza.

E abbiamo la ricaduta.

Personalmente, di fronte ad un nuovo partecipante al gruppo, mi auguro sempre che possa non ricadere, ma sono anche realista e so che bisogna fare i conti con questa eventualità, come una cosa assolutamente naturale.

La ricaduta non sempre ha valenza negativa, l’importante è l’”uso” che se ne fa.

Se viene demonizzata, come qualcosa da evitare a tutti i costi, può essere vissuta con senso di sconfitta, con senso di colpa verso se stessi e vergogna di fronte agli altri membri del gruppo. Può anche diventare fonte di abbandono del percorso appena intrapreso.

Se invece viene trattata come qualcosa che se si può evitare è meglio, ma se succede non casca il mondo, può diventare un importante strumento per capire cosa è andato storto, quali sono ancora alcuni punti deboli da rinforzare, insomma un’occasione di apprendimento, per capire qualcosa in più del problema. Può quindi essere considerata uno stimolo a non abbassare la guardia, rimettersi in piedi e riprendere il percorso.

L’idea di fondo è che nell’ambito della cura non tutto è positivo o negativo a priori.

domenica 15 giugno 2014

Qualcosa sul "Gioco Responsabile"


“Gioca senza esagerare” oppure “Il gioco può creare dipendenza patologica”: queste sono le frasi che ultimamente vengono pronunciate in coda agli spot dei giochi in TV. Frasi maggiormente d'attualità in questi giorni: non c'è partita dei mondiali di calcio che non sia accompagnata da almeno uno spot sulle scommesse on-line.
 
Non voglio entrare nel merito se servano o meno, se siano utili a mettere in guardia sui rischi legati al gioco, ma vorrei invece soffermarmi sul gioco responsabile: esiste?

Apro una piccola parentesi sull’alcol. L’OMS ha cercato di stabilire quale fosse il limite tra il bere moderato ed il bere patologico. Negli anni questo limite (rappresentato dalla percentuale di alcol nel sangue) è stato via via abbassato finché si è arrivati a stabilire… che un limite non si poteva stabilire scientificamente. La soluzione è stata che l’unico bere moderato poteva essere il bere meno possibile.

Con il gioco d’azzardo è la stessa cosa. Invitare la popolazione a giocare con la testa, a fermarsi quando si sta esagerando o a correre ai ripari quando il gioco sta diventando un problema, implica che sia stato stabilito un punto fisso, un confine tra gioco “sano” e gioco patologico.

Sembrerebbe quasi che ci fossero due categorie: chi gioca senza problemi e chi invece esagera con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. O si fa parte di una categoria o di un’altra e a dividerle c’è questo confine del gioco responsabile. Ma forse le cose sono un po’ più complesse.

Per chiarire meglio potremmo tracciare una linea immaginaria tra le due categorie in modo tale che non esistano solo due possibilità (o sono un giocatore patologico o non lo sono) perché ognuno può posizionarsi su un qualsiasi punto di questa linea, ma la posizione non è fissa: ci si può spostare verso una categoria o verso l’altra.

Un problema di gioco nasce principalmente dalla concomitanza di tre fattori: l’ambiente, la disponibilità/accessibilità del gioco e da fattori personali. Quest’ultimo in particolare impedisce di fissare quel famoso limite. Può sembrare una banalità, ma siamo tutti diversi: ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie fragilità.  Alla luce di questo potremmo dire che, se esiste, fisseremmo un limite diverso per quante sono le persone che giocano d’azzardo.

Il gioco responsabile inoltre ha lo svantaggio di distrarre da un altro importante aspetto: lo sviluppo della dipendenza.

Ognuno potrebbe pensare: “ma io sto giocando responsabile, mi so limitare e non è certo il mio caso”. Così facendo (e pensando) spesso non ci si accorge che il proprio limite, auto-fissato, di gioco responsabile viene spinto sempre più avanti verso l’estremità del gioco d’azzardo patologico.

Purtroppo la dipendenza non si sviluppa in un giorno, e neanche in una settimana. Non è un interruttore acceso/spento: si sviluppa pian piano, giocata dopo giocata e ovviamente senza che l’interessato se ne accorga.

Non voglio dire che chiunque gioca d’azzardo svilupperà una dipendenza, quello che voglio dire è che nessuno può dire con certezza che non diverrà dipendente dal gioco d’azzardo se ci si concentra solo su un limite dalla dubbia esistenza.

Per cui penso si possa dire che l’unico limite “sicuro” sia quello di giocare il meno possibile.

mercoledì 11 giugno 2014

Gli errori di pensiero: quando la logica non accetta la casualità


C’è qualcosa che rende “pericoloso” giocare d’azzardo ed è qualcosa collegato ad una caratteristica tipica del nostro modo di pensare.

L’uomo cerca sempre di dare un senso a quello che non capisce, di spiegarlo, quindi controllarlo e prevederlo. Questo ha permesso le più grandi scoperte scientifiche, il progresso e la nostra evoluzione.

Ma se applichiamo questo modo di pensare al gioco d’azzardo, la cui caratteristica principale è quella di essere quasi esclusivamente se non totalmente controllato dal caso, si può andare incontro a spiacevoli errori di valutazione.

Giusto per rendere più chiaro quanto l’azzardo sia collegato a qualcosa che non è né prevedibile né tantomeno controllabile basti pensare che il termine “aleatorio”, sinonimo di casuale, deriva dalla parola “alea” cioè dado in latino. Questo purtroppo non basta a far desistere dal tentativo di dare una spiegazione al gioco d’azzardo e al suo funzionamento.

Per non correre il rischio di fare un discorso campato in aria, presenterò ora alcuni di quelli che vengono definiti “errori di pensiero”, idee che esercitano un fascino irresistibile su chi gioca, sia esso un giocatore occasionale o un giocatore patologico.

“Ho perso tante volte, adesso DEVO vincere”: FALSO; l’idea che dopo una serie di perdite ci debba essere per forza una vincita non è corretta. “Quel numero non esce al lotto da 100 estrazioni, adesso è più probabile che esca”: FALSO; ad ogni estrazione si rimettono tutti i numeri nell’urna, di fatto azzerando i conteggi. Ogni estrazione non è influenzata dalle precedenti né influenza le successive rendendo lo studio dei numeri ritardatari una pratica inutile, per quanto diffusa. “Oggi la sfortuna è contro di me”: FALSO; si tratta di un’attribuzione di caratteristiche “umane” al caso, questo lo rende più “vicino” a noi, ci dà la sensazione, illusoria, di conoscerlo e quindi controllarlo.

“Al superenalotto la sequenza 1-2-3-4-5-6 ha meno probabilità di essere estratta”: FALSO; ogni combinazione di numeri ha le stesse identiche probabilità di essere estratta, cioè molto bassa.

“Ho puntato il 25 ed è uscito il 26, ho quasi vinto”: FALSO; come nel calcio o si fa gol o non si fa gol. Nell’urna, i numeri non sono posizionati in sequenza crescente, ma casualmente, per cui non è assolutamente detto che per poco non sia stato estratto il numero che avevamo puntato. Consideriamo per esempio i Gratta & Vinci: quante volte capita che i numeri stampati differiscano di una sola cifra da quelli propri? Un piccolo stratagemma per alimentare l’illusione della “quasi-vincita”.

Questi sono solo alcuni esempi, tra i tanti possibili, di come si possa credere di avere il controllo della situazione.

Sono tutte idee che possono venire, una volta o l’altra, a chiunque abbia provato almeno una volta a giocare d’azzardo. Idee che se vengono viste con un minimo di distacco risultano chiaramente fallaci.

Purtroppo in questi casi sicuramente non esiste il controllo sul caso e spesso si finisce con il perdere il controllo anche delle proprie azioni.

domenica 8 giugno 2014

Una pillola contro la dipendenza da gioco d'azzardo




 
 
 
Spesso ho sentito dire da chi ha un problema di gioco d’azzardo patologico: “Peccato che non esista una medicina contro il gioco…”.

Ogni volta il paragone che mi viene in mente è con una farmaco usato per la dipendenza da alcol: l’Antabuse.

L’Antabuse viene usato soprattutto nel primo periodo di disassuefazione da alcol. Si chiede la collaborazione di un familiare per somministrarlo e, una volta che si inizia ad assumerlo, non si può più bere perché le conseguenze potrebbero essere molto spiacevoli.

Il farmaco inibisce la metabolizzazione dell’alcol per cui, se quest’ultimo viene assunto, può causare reazioni come: sensazione di calore al viso, tachicardia, cefalea, vomito e in certi casi il coma. Queste variano in base al grado di alcol assunto. Va da sé che questo farmaco deve essere somministrato sotto stretta prescrizione medica e se la persona è intenzionata a smettere.

Ma in sostanza, a cosa serve?

Innanzitutto serve ad inibire l’assunzione di alcol: una volta che si è consapevoli delle conseguenze, di norma, si evita di bere.

In secondo luogo, rassicura i familiari che, tenendo sotto controllo la somministrazione del farmaco, possono monitorare anche l’assunzione di alcol.

Tornando al gioco d’azzardo e all’affermazione iniziale si può ragionevolmente dire che, a causa della carenza di studi ad hoc, al momento non esiste un farmaco specifico.

Si sta comunque tentando anche un’altra strada: esistono dei farmaci già esistenti che abbiano un effetto anche sul gioco d’azzardo patologico?

Tenendo presente che i risultati non sono definitivi e validati, si sta cercando di capire se i farmaci usati per altre dipendenze possano avere effetti positivi oppure se in presenza di altre problematiche (come per esempio un abbassamento dell’umore), curando quest’ultime si riduca la dipendenza da gioco d’azzardo.

Guardando la questione anche da un altro punto di vista potremmo leggere l’affermazione come la volontà di smettere di giocare senza fatica, affidando ad un farmaco “magico” il compito di fare tutto il lavoro. In questo caso, ribadisco che potrebbero anche esistere i farmaci, ma senza l’impegno personale non faranno mai effetto. Spiegandomi meglio, la volontà iniziale di uscirne rende efficaci i trattamenti: trattamento di gruppo, psicoterapia individuale e (futuri?) medicinali. In caso contrario il percorso avviato risulterebbe difficile.

Per ora possiamo cercare di identificare qualcosa che abbia le stesse finalità di una farmaco che inibisca il comportamento di gioco d’azzardo ricordando una cosa già detta: non avere soldi in tasca, nel primo periodo, è una buona “medicina”. Teniamo sempre conto che, pur avendo affetti anche fisici, il gioco d’azzardo è una dipendenza prettamente psicologica che non prevede l’assunzione di una sostanza. Questo rende il trattamento fisico, attraverso medicine, più complesso.

Concludo con la frase di un partecipante al gruppo: “venire al gruppo ogni settimana è come farsi il richiamo ad un vaccino: ogni volta mi faccio la puntura che dura fino all’incontro successivo”.
 

Questione di termini?


Alla fine del post precedente mi sono soffermato sulla differenza tra i termini "ludopatia" e "gioco d'azzardo patologico". Quale poteva meglio descrivere la dipendenza dal gioco d'azzardo? 

La mia opinione era chiara: ludopatia, a io avviso, è più un termine ad effetto, ma incompleto. 

Ora ci ritrova a doversi fare la stessa domanda con termini diversi. Perché? 

 
Il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) è un manuale che raccoglie e cataloga a fini diagnostici tutti i disturbi mentali. Ebbene, a fine maggio si è arrivati alla pubblicazione della quinta versione.

Relativamente al gioco d'azzardo le principali differenze rispetto alla quarta versione del DSM sono: 

•Spostamento dalla categoria "Disturbo del controllo degli impulsi" alla categoria "Dipendenze". Questo, come conseguenza, porta a riconoscere il gioco d'azzardo a livello delle altre dipendenze. Nell'ottica della cura è un cambiamento molto importante perché riconosce la necessità di applicare gli stessi criteri terapeutici utilizzati per le altre dipendenze. 

•Cambiamento del nome da "Gioco d'Azzardo Patologico" a "Disturbo da Gioco d'Azzardo". Prima, in base alla gravità, si differenziava tra giocatore problematico e giocatore patologico. Ora invece esiste una sola categoria diagnostica, il Disturbo da Gioco d'Azzardo, e la gravità viene diagnosticata sulla base dei criteri soddisfatti. Questa può essere vista come una conseguenza dell'inclusione nella categoria delle dipendenze.

Quindi: "Gioco d'Azzardo Patologico" o "Disturbo da Gioco d'Azzardo"? 

Rispetto al Post precedente ritengo che la differenza sia sì meno netta, più sfumata, in termini concettuali, ma, come abbiamo visto, con implicazioni maggiori.

Ciò non toglie però, soprattutto relativamente ai fini di questo blog, che queste siano differenze che interessano principalmente  gli addetti ai lavori.  

A volte la scelta di un termine rispetto ad un altro può fare una grossa differenza.

 



venerdì 6 giugno 2014

Ludopatia o G.A.P.?


Una piccola precisazione su cosa si intende con la parola gioco.

Quando si parla di gioco spesso l’accezione che se ne dà è di qualcosa di infantile, da bambini. A volte come qualcosa di “inutile”.

Prima di tutto bisogna rivalutare il gioco come un’attività fondamentale per la crescita personale. Nel gioco i bambini imparano i primi rudimenti delle regole e del loro rispetto e gettano le basi dello sviluppo affettivo e sociale tramite le relazioni che stabiliscono giocando con altri bambini. Per essere tale, il gioco deve avere alcune caratteristiche tra le quali: essere limitato nel tempo, avere, appunto, delle regole, essere consapevoli che si sta facendo finta, ma soprattutto deve essere un’attività che si svolge per se stessa, per il piacere di farla, senza secondi fini. Un esempio molto efficace di gioco è quello dei cow-boy e degli indiani.

Date queste caratteristiche si può notare che giocare ha ben poco da spartire con il gioco d’azzardo che invece, rientrando in un’altra categoria di giochi, è un’attività che almeno inizialmente viene svolta con un secondo fine ben preciso (vincere, guadagnare soldi), non si riesce a limitare nel tempo (si può arrivare a giocare per una giornata intera) e diventa essa stessa realtà quando chi gioca afferma di isolarsi dal mondo e la cui aberrazione corrisponde al GAP (Gioco d’Azzardo Patologico).

Quindi abbiamo di fronte due attività che pur avendo una radice comune si riferiscono a due attività ben diverse.

Basti pensare che gli inglesi usano due verbi per distinguere le due cose: to play e to gamble. Il primo ha a che fare con l’attività sana sopra descritta, il secondo indica il gioco d’azzardo e la sua traduzione letterale è: scommettere, prendersi un rischio.

Ma gli adulti giocano? Come si può conciliare un termine associato ai bambini con l’età adulta?

Se consideriamo le caratteristiche del gioco sano, che differenza fa tra giocare ai cow-boy ed andare al cinema, fare giardinaggio, una passeggiata o dipingere?

In fondo, molte volte, si tratta di questo: recuperare una dimensione di gioco inteso come occasione di piacere, di arricchimento personale e non monetario, di relazioni sociali che non prevedano scommesse.

Per questo concordo con quanto molti affermano e cioè che il termine ludopatia sia una termine non propriamente corretto, pur essendo chiaro a cosa si riferisca.

Ludopatia, malattia del gioco, è un termine che indica una sofferenza legata a tutti i tipi di giochi. Questo può andare bene se si pensa per esempio alla dipendenza da videogiochi, che non sono da considerare gioco d’azzardo perché non è prevista puntata di denaro (una delle tre caratteristiche del gioco d'azzardo), ma appare chiaro che esiste anche un gioco che non potrà mai diventare una malattia proprio per le caratteristiche di crescita che lo contraddistingue. A mio parere, forse è più corretto, ma meno di impatto, parlare “semplicemente” di gioco d’azzardo patologico.

Per concludere ricordo che chi volesse avere maggiori informazioni può chiamarmi al numero che si trova nella pagina contatti o premere qui .

giovedì 5 giugno 2014

Giovanissimi e Gioco d'Azzardo


Il fenomeno che maggiormente sembra in preoccupante crescita è la diffusione del gioco d’azzardo tra i giovanissimi. Dallo studio “Ragazzi in gioco”, promosso dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Infanzia e dell’Adolescenza e dalla SIMPe (Società Italiana Medici Pediatri) e presentato all'International Pediatric Congress on Environment, Nutrition and Skin Diseases di Marrakech, emergono dati preoccupanti circa la diffusione delle pratiche di gioco d’azzardo tra i giovanissimi. Di seguito si riportano solo alcuni numeri pubblicati dal suddetto studio:

  • Almeno 800.000 ragazzi italiani fra i 10 e i 17 anni giocano d'azzardo, ovvero il 20%, uno su 5.
 
  • Addirittura 400.000 bimbi fra i 7 e i 9 anni hanno già scommesso la paghetta su lotterie, scommesse sportive e bingo.
 
  • Preoccupante che questa attività non venga svolta con l’intento di guadagnare, ma per divertimento.

E i genitori? Dallo studio emerge una quadro altrettanto preoccupante relativamente ai genitori. Il 90 % dei genitori intervistati infatti non ha idea di cosa significa il termine “ludopatia” e il 70 % non parla dei rischi collegati al gioco d’azzardo con i propri figli.
 
“I genitori lanciano un messaggio ambivalente”, afferma il dott. Giuseppe Mele, Presidente della SIMPe. Infatti 53 % di coloro che si dicono preoccupati del fatto che il loro figlio giochi, non sa neppure in che contesto lo faccia. Inoltre il 51,3 % non usa filtri nel computer di casa per impedire il raggiungimento di siti per scommesse online, tipologia di gioco preferita dai giovani.

Di seguito il link per visualizzare lo studio completo:
http://www.simpe.it/news/notizie/2014/04/28/RAGAZZI%20IN%20GIOCO%20-%20Progetto%20Ludopatia/SIMPe_Ragazzi%20in%20gioco.pdf

mercoledì 4 giugno 2014

La sofferenza del familiare


Quando si sviluppa una dipendenza da gioco d’azzardo a soffrirne non è solo chi gioca, ma anche chi gli sta attorno.

Penso sia importante, parlando in generale, prendere in considerazione il punto di vista del familiare e il ruolo che quest’ultimo ha nell’aiutare, per esempio il coniuge o il genitore.

Scoprire che il proprio marito o moglie gioca è un fulmine a ciel sereno. Ho parlato di scoperta perché in molti casi la presa di coscienza del problema non nasce dall’ammissione del giocatore, ma da eventi fortuiti.

In molti casi, chi gioca afferma di farlo per non pensare ai propri problemi, per evadere e isolarsi dalla realtà. Questo funziona finché la realtà non fa sentire la sua esistenza e di solito lo fa attraverso una lettera di richiamo da parte della banca o il periodico invio dell’estratto conto. Leggere che le cose non stavano andando come si credeva e che il conto corrente è stato sicuramente ridotto, quando non prosciugato, innesca una serie di emozioni nel familiare.

Paura, rabbia, tristezza sono alcune delle naturali e comprensibili emozioni che si possono provare di fronte a questo. Un altro importante sentimento con cui il familiare si trova a fare i conti è l’impotenza. Ci si sente impotenti perché si percepisce di non avere avuto nessuna possibilità di controllare gli eventi, perché la possibilità di vivere una vita più o meno serena è stata sottratta passivamente. In fin dei conti, dal suo punto di vista, il familiare è “innocente” e la situazione si è creata a sua insaputa e contro la sua volontà.

Spontaneo, quindi, cercare di capire cosa sia successo. Si aprono così la strada altre ipotesi in cui la dipendenza da gioco d’azzardo è solo la parte culminante. “Posso essere stato io indirettamente a favorire questa cosa?”. “Dove posso avere sbagliato?”. “Perché non me ne sono accorta/o prima?”.

La prima conseguenza, una volta che ci si è ripresi dallo smarrimento iniziale, di solito è la perdita della fiducia nel coniuge. Scoprire che la persona che ci sta vicino ci ha tenuto nascosto questa cosa assume i tratti del vero e proprio tradimento.

Il primo periodo, dopo la scoperta, non sarà sicuramente semplice e si potranno creare delle tensioni, ma sarà anche positivo perché da quel momento in poi le cose non potranno che cambiare, se queste emozioni non diventano motivo di allontanamento del familiare, ma vengono elaborate trasformandole così in spinta ad uscirne assieme.

In che maniera un familiare può essere d’aiuto?

Due principalmente sono le strade.

La prima è una misura, diciamo, d’emergenza ed è molto concreta. Prima di tutto bisogna fermare l’emorragia economica e l’unica maniera per fare ciò è che il familiare assuma su di sé la totale gestione dell’economia della famiglia.

Questo può servire innanzitutto per verificare/pianificare/monitorare la situazione finanziaria e per l’eventuale copertura di debiti. Inoltre serve perché chi gioca non possa avere a portata di mano la “materia prima” che gli permette di giocare né contante (attenzione ai soldi lasciati in giro per casa) né carte di credito o bancomat.

La seconda è quella di dare supporto emotivo. Questo supporto si può manifestare in varie maniere. Per esempio, vincendo il senso di vergogna che può pervadere in una situazione simile e chiedere aiuto. Un’altra maniera può essere quella di non giocare d’azzardo a propria volta, anche e soprattutto se si parla “di una giocata a settimana”. Oppure partecipare assieme al coniuge agli incontri di gruppo.

Stare vicini quindi, ma bisogna tenere presente che la responsabilità del cambiamento spetta al giocatore.

martedì 3 giugno 2014

Una sofferenza moltiplicata per 7


Ultimamente molto si sta dicendo e scrivendo circa il gioco d’azzardo e la dipendenza da esso; ormai è un’emergenza locale e nazionale. Importante, a mio avviso, da parte dei media (giornali e televisione su tutti) il lavoro di divulgazione della conoscenza sul fenomeno e sui meccanismi e rischi che lo caratterizzano. L’idea che mi sto facendo, però, è che qualche volta l’attenzione sia focalizzata più sul fenomeno a livello teorico.

Vorrei provare a parlare “solo” delle persone che soffrono a causa di una vera e propria dipendenza che può avere conseguenze che vanno oltre i numeri. Un esempio: le statistiche a livello nazionale ci dicono che le persone che presentano un problema “importante” di gioco d’azzardo vanno da un minimo di 302.093 ad un massimo di 1.329.211, rispettivamente lo 0.5 e il 2.2 % della popolazione italiana. Questi sicuramente sono dati preoccupanti, ma per certi versi incompleti. Gli esperti in materia, infatti, dicono che questi numeri andrebbero moltiplicati per 7. Perché? Perché la dipendenza da gioco d’azzardo, non ha solo conseguenze per i diretti interessati, ma anche per le loro famiglie. Una sofferenza che colpisce mogli, mariti, figli, genitori,…

Con questa semplice osservazione si comincia così ad intravedere la reale portata del fenomeno.

Come mai la sofferenza di uno ne colpisce molti? La risposta può sembrare banale, ma spesso ce ne dimentichiamo perché ha a che fare con la natura stessa dell’essere umano e può essere data per scontata: l’uomo è un animale sociale.

Questo significa che siamo sì degli individui, ma con gli altri instauriamo delle relazioni. Va quindi da sé il fatto che quando abbiamo un problema, i suoi effetti si riverberano attraverso le relazioni anche su chi ci sta attorno. A volte questo succede senza che ce ne accorgiamo perché magari si tratta di piccoli problemi. Ma se stiamo parlando di GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) e alla sua gravità sul piano delle conseguenze, comprendiamo facilmente come gli effetti si facciano sentire con maggior vigore. Per forza di cose, le prime relazioni che ne risentono sono quelle più strette, familiari e amicali per prime.

In quest’ottica si sfocano i confini tra “giocatore” e “familiare”, intese come due rigide categorie, quasi due fazioni una di fronte all’altra, vittima e carnefice, chi gioca e chi ne subisce le conseguenze, ma esistono persone che soffrono alla stessa maniera anche se con modalità differenti.

Cosa si può fare quindi?

Una via d’uscita c’è e, per quello che riguarda la mia esperienza nel nostro territorio, è di rivolgersi a chi può dare un aiuto: ULSS 14 e ACAT Chioggia Cavarzere.

E’ importante che a partecipare, agli incontri settimanali del gruppo, siano anche i familiari. Scoprire che non si è soli ad affrontare il problema e confrontarsi con altri ha una valenza molto positiva. Così nel corso del tempo, incontro dopo incontro, si rinsaldano i legami con i familiari e se ne creano di nuovi con gli altri partecipanti. E’ importante darsi la possibilità di instaurare nuove relazioni abbandonando l’unico legame impossibile da mantenere: quello con il gioco d’azzardo.