Una piccola
precisazione su cosa si intende con la parola gioco.
Quando si parla
di gioco spesso l’accezione che se ne dà è di qualcosa di infantile, da bambini.
A volte come qualcosa di “inutile”.
Prima di tutto
bisogna rivalutare il gioco come un’attività fondamentale per la crescita
personale. Nel gioco i bambini imparano i primi rudimenti delle regole e del
loro rispetto e gettano le basi dello sviluppo affettivo e sociale tramite le
relazioni che stabiliscono giocando con altri bambini. Per essere tale, il
gioco deve avere alcune caratteristiche tra le quali: essere limitato nel
tempo, avere, appunto, delle regole, essere consapevoli che si sta facendo
finta, ma soprattutto deve essere un’attività che si svolge per se stessa, per
il piacere di farla, senza secondi fini. Un esempio molto efficace di gioco è
quello dei cow-boy e degli indiani.
Date queste
caratteristiche si può notare che giocare ha ben poco da spartire con il gioco
d’azzardo che invece, rientrando in un’altra categoria di giochi, è un’attività
che almeno inizialmente viene svolta con un secondo fine ben preciso (vincere,
guadagnare soldi), non si riesce a limitare nel tempo (si può arrivare a
giocare per una giornata intera) e diventa essa stessa realtà quando chi gioca
afferma di isolarsi dal mondo e la cui aberrazione corrisponde al GAP (Gioco
d’Azzardo Patologico).
Quindi abbiamo di
fronte due attività che pur avendo una radice comune si riferiscono a due
attività ben diverse.
Basti pensare che
gli inglesi usano due verbi per distinguere le due cose: to play e to gamble.
Il primo ha a che fare con l’attività sana sopra descritta, il secondo indica
il gioco d’azzardo e la sua traduzione letterale è: scommettere, prendersi un
rischio.
Ma gli adulti
giocano? Come si può conciliare un termine associato ai bambini con l’età
adulta?
Se consideriamo
le caratteristiche del gioco sano, che differenza fa tra giocare ai cow-boy ed
andare al cinema, fare giardinaggio, una passeggiata o dipingere?
In fondo, molte
volte, si tratta di questo: recuperare una dimensione di gioco inteso come
occasione di piacere, di arricchimento personale e non monetario, di relazioni
sociali che non prevedano scommesse.
Per questo
concordo con quanto molti affermano e cioè che il termine ludopatia sia una termine
non propriamente corretto, pur essendo chiaro a cosa si riferisca.
Ludopatia,
malattia del gioco, è un termine che indica una sofferenza legata a tutti i
tipi di giochi. Questo può andare bene se si pensa per esempio alla dipendenza
da videogiochi, che non sono da considerare gioco d’azzardo perché non è
prevista puntata di denaro (una delle tre caratteristiche del gioco d'azzardo), ma appare chiaro che
esiste anche un gioco che non potrà mai diventare una malattia proprio per le
caratteristiche di crescita che lo contraddistingue. A mio parere, forse è più
corretto, ma meno di impatto, parlare “semplicemente” di gioco d’azzardo
patologico.
Per concludere
ricordo che chi volesse avere maggiori informazioni può chiamarmi al numero che si trova nella pagina contatti o premere qui
.
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