giovedì 6 novembre 2014

Appreso o Innato?


“Ma tanto lui ha il gioco nel DNA…E’ un giocatore e lo rimarrà per sempre!”. “Non potrò mai stare bene perché ce l’ho nel sangue”. Al di là della questione del marchio, queste frasi sono state pronunciate da una moglie, riferendosi al proprio marito dopo una ricaduta, e da un giocatore.

Ma è proprio vero che una dipendenza si limita ad una successione di geni e chi “l‘ha nel sangue” se la porterà addosso a vita?

Da questo punto di vista, lottare contro la genetica diventerebbe una battaglia persa in partenza, per cui avrebbe senso partecipare, per esempio, agli incontri di gruppo? Ovviamente la risposta è che le cose sono più complesse e il DNA da solo non può essere la risposta ai quesiti che, comprensibilmente, un familiare o un giocatore si pongono.

Ho già detto che la dipendenza si sviluppa quando vengono soddisfatte tre condizioni: la persona, l’ambiente, e l’accessibilità.

Per quanto riguarda la persona, effettivamente bisogna dire che esiste una predisposizione, a livello genetico, allo sviluppo di una dipendenza, nelle sue componenti fisica e psicologica. Una “fragilità”, però, come ne abbiamo tutti: rimanendo (ma vale anche per molti altri aspetti della vita dell’uomo) nell’ambito della dipendenza, potrebbe essere che una persona ha una predisposizione al gioco d’azzardo, un’altra all’alcol e un’altra ancora al fumo, ecc.

Avere una predisposizione, però, non equivale automaticamente allo sviluppo di una dipendenza, ci vogliono anche le occasioni. Gli eventi della vita, l’ambiente in cui si cresce e le relazioni che si instaurano, sono tutti, ma non i soli, fattori che possono favorire o meno la manifestazione della propria fragilità, qualunque essa sia.

Bisogna aggiungere il terzo fattore: l’accessibilità. Oramai le new slot, le “macchinette”, sono ovunque e la loro diffusione pressoché capillare sembra avere lo scopo di creare, artificialmente, le condizioni ambientali idonee allo sviluppo del GAP facendo sì che molte più persone, rispetto al recente passato, si ritrovino ad avere un problema di gioco d’azzardo.

Tornando alle affermazioni iniziali, cosa si potrebbe concludere?

Una dipendenza trova le sue radici nel DNA e non può scomparire.  Il vecchio acronimo di ACAT era: Associazione Club Alcolisti in Trattamento. Significa che le persone che partecipano non si riconoscono nella definizione di ex alcolista, ma di alcolista che ancora continua un percorso di cambiamento.

Che la genetica però diventi una condanna nei confronti della quale non si può fare niente, francamente non lo credo. Perché ci sono, abbiamo visto, altri fattori che concorrono allo sviluppo del GAP, come quelli ambientali che nella loro accezione più ampia potrebbero essere considerati come quei fattori che costituiscono lo stile di vita di una persona. Secondo il modello dell’ACAT modificando il proprio stile di vita si può risolvere il problema legato al gioco.

sabato 1 novembre 2014

Video intervista

Una video intervista che mi è stata fatta per parlare dell'attività dell'Associazione con cui collaboro, l'ACAT Chioggia Cavarzere:

http://ifattidelmese.blogspot.it/2014/11/acat-per-i-problemi-di-dipendenza-da.html

venerdì 19 settembre 2014

I Giovani e il Gioco d'Azzardo, nella Relazione Annuale al Parlamento 2014


Dopo lo studio “ragazzi in gioco”, di cui ho già scritto, è il Dipartimento Politiche Antidroga a lanciare l’allarme.

Mancando studi e dati epidemiologici accreditati in grado di quantificare correttamente il problema del gioco d’azzardo, si è cercato di stimarne la prevalenza attraverso lo studio SPS-DPA (Indagine sul consumo di sostanze psicotrope sul gioco d’azzardo e sui fattori di rischio per l’assunzione di sostanze stupefacenti nella popolazione studentesca 15 – 19 anni). Ciò è stato possibile somministrando il South Oaks Gambling Screen – Revised for Adolescents (SOGS-RA). I risultati sono stati presentati nell’annuale Relazione al Parlamento.

Limitandoci al gioco d’azzardo, il risultato è stato che l’8% dei giovani risulta avere un approccio problematico, quando non patologico, con il gioco d’azzardo.

Per quanto riguarda le persone in trattamento, nel 2013 risulta un aumento di 1000 pazienti rispetto all’anno precedente.

Il Veneto, nello specifico, è la seconda regione per pazienti in trattamento, numero che nel 2013 è più che raddoppiato rispetto al 2012 passando da 660 a 1335.

 

Ancora una volta emerge l’importanza, oltre che alla cura, porre attenzione alla fase di prevenzione, soprattutto per quanto riguarda i giovani, ritenuti categoria a rischio.

 

Il link alla Relazione Annuale al Parlamento 2014:


 

lunedì 15 settembre 2014

Stigmatizzazione



Vorrei affrontare l’argomento più delicato e discusso durante gli incontri. Potremmo definirlo l’Argomento: il peso della stigmatizzazione sociale, il marchio.

Quasi tutti i partecipanti affermano che ormai erano conosciuti dalla gente come “il giocatore”, “l’alcolizzato” o epiteti peggiori.

Premetto che questa è una consapevolezza a posteriori. Quando si giocava o si beveva, a queste cose non ci si faceva caso mentre ora, partecipando agli incontri, iniziando a vedere con occhi diversi il proprio comportamento sembra sorgere spontanea questa considerazione dalla quale scaturisce una domanda: chi è considerato giocatore, agli occhi della gente lo rimarrà per sempre? A volte nella sua variante: agli occhi dei miei familiari sarò sempre un giocatore, senza possibilità di recuperare la fiducia?

Qui possiamo fare una distinzione importante tra gioco d’azzardo e alcol.

Premesso che entrambe le dipendenze portano con sé effetti di tipo fisico, nel secondo caso questi sono sicuramente più marcati e visibili. Questo significa che chiunque, che sappia o meno del problema legato all’alcol, può accorgersi del miglioramento di salute, visibile appunto anche esteticamente, di chi ha smesso di bere. Molti infatti raccontano di commenti da parte della gente, di complimenti per una forma ritrovata. Questo sicuramente funziona anche da rinforzo per continuare sulla strada della sobrietà.

Il discorso si complica un po’ riguardo al gioco d’azzardo che come abbiamo visto è una dipendenza di tipo psicologico.

E’ più difficile, da quel che sento, “dimostrare” il proprio cambiamento agli altri e quindi senza spunti dall’esterno, la domanda troverà risposta con maggiore difficoltà. Questo viene confermato dalla “lentezza”, per esempio, con la quale si recupera la fiducia del familiare. 

Finora ho presentato la questione dal punto di vista del giocatore, ma possiamo provare a ribaltare il punto di vista. Quanto una persona, che giocava d’azzardo, si sente ancora giocatore? Quanto la preoccupazione rispetto al giudizio altrui rispecchia invece una preoccupazione interna a se stessi?

L’esempio che più mi ha colpito: la sera in cui un partecipante, entrando nella stanza dove si svolge l’incontro, sorridendo si è tirato su la manica della camicia e ha finto di mostrare il tatuaggio, come in un campo di concentramento. Un’azione che forse voleva sdrammatizzare la situazione, ma che, più di molte parole, ha chiarito in un attimo il suo punto di vista: portava un marchio indelebile sulla pelle.

Dopo aver fatto un percorso, però, e aver smesso per un buon periodo di tempo, l’importanza data a quello che pensa la gente viene notevolmente ridimensionata.

Potrebbe essere che una volta che si comincia a vedersi come qualcosa di diverso da un giocatore, per esempio come una persona che non gioca, che non ha bisogno di giocare o che non vuole giocare, si inizi parimenti a preoccuparsi meno degli altri, ci si senta meno giudicati.

Cercare di capire quale sia la maniera giusta di vedere la questione o quale dei due punti di vista venga prima sarebbe tempo sprecato perché non serve. Forse è più utile considerala come un’alternanza delle due.

lunedì 18 agosto 2014

Istruzioni per l'uso


Come si fronteggia l’astinenza? Esiste una maniera universale di “resistere”?

Qualche volta un nuovo partecipante al gruppo mi rivolge una richiesta molto secca: “mi dica come devo fare per non giocare (o non bere)”.

Sicuramente è una richiesta lecita e naturale, questo non lo metto in dubbio: chi non vorrebbe avere, in questa situazione, una sorta di “libretto di istruzioni” che dica cosa fare e cosa non fare. Purtroppo mi ritrovo a disilludere la richiesta perché, come non esiste un farmaco magico, non esiste neppure un metodo universale che vada bene per tutti indistintamente.

Chi non ha mai chiesto un consiglio che puntualmente poi non ha messo in pratica? Questo perché, nonostante la sincera volontà che qualcuno ci aiuti in un momento di dubbio o di difficoltà, non è detto che quello che ci viene suggerito lo sentiamo come qualcosa che “fa per noi”.

Nell’affrontare questo argomento può essere utile prendere nuovamente in considerazione la prospettiva del gruppo.

Il gruppo rispetta e rispecchia un concetto molto semplice: quello di equifinalità. Questo significa che le persone possono sviluppare problematiche simili per sofferenza e caratteristiche, partendo però da situazioni e cause diverse.

Dal confronto tra le singole esperienze ognuno può comprendere che esistono anche realtà diverse dalla propria e, quindi, iniziare anche a considerare la propria situazione in una nuova luce sentendosi prima di tutto meno solo.

Se questo vale per il passato, cioè per i motivi che hanno portato al gruppo, vale sicuramente anche per il presente ed il futuro: come affrontare la nuova condizione di giocatore/alcolista in trattamento. Ogni partecipante condivide con il resto del gruppo la sua esperienza attuale e le modalità con cui la sta affrontando. Così facendo viene messo sul tavolo un grande numero di varianti dal quale ognuno può attingere per trovare o migliorare il proprio “metodo”.

Il lavoro di gruppo quindi si focalizza sul far sì che ognuno trovi autonomamente la propria strategia. Qualcosa che sente come proprio perché è stato lui stesso a sceglierlo.

Come ho avuto modo di dire, il gruppo serve, sì, per il trattamento del gioco d’azzardo e quindi di chi gioca, ma anche per il familiare che l’accompagna.

Spesso, sull’onda delle emozioni causate dalla scoperta da parte del familiare della dipendenza da gioco, si possono mettere in atto comportamenti che, pur nella volontà di aiutare, risultano spesso inefficaci, quando non peggiorano il problema. Confrontarsi con altri familiari può essere un buon modo per trovare la propria maniera di aiutare il marito, moglie o figlio.

Fermarsi a parlare, a confrontarsi anche solo una volta a settimana può sembrare poco, ma permette di aprire uno piccolo spazio per pensare a quello che sta succedendo e a come porvi rimedio.

giovedì 10 luglio 2014

L'orbita del gioco


Nella visione dell’ACAT, come accennato la volta scorsa, l’iniziale richiesta che si fa a chi voglia partecipare agli incontri di gruppo è l’astinenza totale dal gioco.

Ricordo che esistono altre maniere di vedere la questione. Per esempio: non è meglio ridurre gradualmente fino a zero invece che smettere di punto in bianco? Questa domanda vale anche per altre dipendenze, per esempio da fumo o alcol. Ci sono in effetti altre realtà, che si occupano del trattamento delle dipendenze, che non richiedono la totale cessazione del comportamento problematico fin dal primo giorno.

Non è mia intenzione entrare nel merito di quale sia il migliore trattamento, perché ritengo che queste differenti richieste siano entrambe valide essendo inserite in un metodo coerente e perché è meglio avere più metodi a disposizione che possano andare incontro alle diverse esigenze che ogni persona può manifestare (una persona può infatti trovarsi più a suo agio smettendo subito o riducendo).

Voglio invece spiegare il perché l’ACAT chiede che si entri in un clima di astinenza totale.

Si chiede di eliminare qualsiasi forma di gioco per favorire un’uscita più rapida possibile, sia fisica che mentale, dal mondo del gioco. Ridurre senza smettere contribuisce a rimanere appunto nell’orbita del gioco, della dipendenza e di conseguenza vicini al rischio continuo di ricaduta.

Smettere di giocare, vorrei ricordarlo, non è un punto di arrivo, ma di partenza. Dopo aver smesso si entra in una nuova fase: quella del mantenimento della scelta di smettere di giocare. Per questo l’impegno inziale è quello di smettere il prima possibile, mettere un punto fermo e da lì partire.

A scanso di equivoci: con “smettere” ci si riferisce a qualsiasi forma di gioco.

Se per esempio un problema di gioco d’azzardo si manifesta principalmente con le slot machine e si chiede di smettere totalmente, non significa che si deve smettere con le slot machine e si può giocare al lotto o al gratta e vinci.

Questo è un errore di valutazione molto comune: quello di considerare la gravità del problema in base al tipo di gioco o ai soldi spesi.

E’ vero che alcuni tipi di gioco possono favorire lo sviluppo di dipendenza più rapidamente rispetto ad altri, ma se ragioniamo in termini di dipendenza e di rapporto che si sviluppa con il gioco (ossia l’incapacità di dire “no”), noteremo che le differenze tra i tipi di gioco si fanno meno evidenti.

Come ho avuto modo di dire, siamo tutti diversi per cui tutto diviene relativo e non possiamo ritrovare in assoluto un tipo di gioco d’azzardo che non sia dannoso.

Una volta che è sorto un problema con il gioco d’azzardo, ogni sua forma sarà pericolosa e mantenerne degli strascichi, sotto forma di altri giochi, significa appunto prolungare la fase di allontanamento dal problema.

venerdì 20 giugno 2014

La ricaduta


Quando si entra a far parte di un gruppo di auto mutuo aiuto, avere a che fare con l’astinenza da gioco d’azzardo corrisponde ad avere a che fare anche con il rovescio della medaglia: la possibilità della ricaduta.

La metodologia dell’ACAT prevede che una persona, che intraprende il percorso di gruppo, si attenga alla totale astinenza da gioco già dal giorno del suo primo incontro. Questo significa che un comportamento mantenuto, a volte, per anni deve essere interrotto senza vie di mezzo, quasi fosse un interruttore che si accende e si spegne.

Il fatto è che, ne siamo consapevoli, la dipendenza (psicologica), in questo caso da gioco, purtroppo non funziona alla stessa maniera e non si può spegnere a piacimento.

Ci si ritrova quindi a muoversi su un doppio registro: da un lato lo sforzo di smettere un comportamento, dall’altro la tentazione quasi continua a metterlo in atto.

Sarebbe troppo bello, e quasi magico, se entrare a far parte del gruppo e chiedere di smettere totalmente di giocare bastasse a far uscire una persona dal vortice del gioco: la verità è che all’inizio non sarà semplice, ci vorrà un grande sforzo per non cedere alla voglia di giocare.

Giocare ha una sua funzione nella vita del giocatore. Abbiamo visto come giocare può servire, tra i vari motivi, per non pensare, per fuggire temporaneamente dalle preoccupazioni quotidiane o per isolarsi. A volte si tratta di un vero e proprio rituale, quasi un’abitudine, che sfocia nella dipendenza. Se consideriamo questi aspetti, possiamo capire quanto, una cosa così radicata, e funzionale, sia difficile da estirpare in un attimo. Questo per dire che di fronte a situazioni stressanti, o che possono preoccupare oltre misura, la possibilità che si usi il “vecchio” sistema per affrontarle diviene molto concreta, soprattutto nel primo periodo di astinenza.

E abbiamo la ricaduta.

Personalmente, di fronte ad un nuovo partecipante al gruppo, mi auguro sempre che possa non ricadere, ma sono anche realista e so che bisogna fare i conti con questa eventualità, come una cosa assolutamente naturale.

La ricaduta non sempre ha valenza negativa, l’importante è l’”uso” che se ne fa.

Se viene demonizzata, come qualcosa da evitare a tutti i costi, può essere vissuta con senso di sconfitta, con senso di colpa verso se stessi e vergogna di fronte agli altri membri del gruppo. Può anche diventare fonte di abbandono del percorso appena intrapreso.

Se invece viene trattata come qualcosa che se si può evitare è meglio, ma se succede non casca il mondo, può diventare un importante strumento per capire cosa è andato storto, quali sono ancora alcuni punti deboli da rinforzare, insomma un’occasione di apprendimento, per capire qualcosa in più del problema. Può quindi essere considerata uno stimolo a non abbassare la guardia, rimettersi in piedi e riprendere il percorso.

L’idea di fondo è che nell’ambito della cura non tutto è positivo o negativo a priori.

domenica 15 giugno 2014

Qualcosa sul "Gioco Responsabile"


“Gioca senza esagerare” oppure “Il gioco può creare dipendenza patologica”: queste sono le frasi che ultimamente vengono pronunciate in coda agli spot dei giochi in TV. Frasi maggiormente d'attualità in questi giorni: non c'è partita dei mondiali di calcio che non sia accompagnata da almeno uno spot sulle scommesse on-line.
 
Non voglio entrare nel merito se servano o meno, se siano utili a mettere in guardia sui rischi legati al gioco, ma vorrei invece soffermarmi sul gioco responsabile: esiste?

Apro una piccola parentesi sull’alcol. L’OMS ha cercato di stabilire quale fosse il limite tra il bere moderato ed il bere patologico. Negli anni questo limite (rappresentato dalla percentuale di alcol nel sangue) è stato via via abbassato finché si è arrivati a stabilire… che un limite non si poteva stabilire scientificamente. La soluzione è stata che l’unico bere moderato poteva essere il bere meno possibile.

Con il gioco d’azzardo è la stessa cosa. Invitare la popolazione a giocare con la testa, a fermarsi quando si sta esagerando o a correre ai ripari quando il gioco sta diventando un problema, implica che sia stato stabilito un punto fisso, un confine tra gioco “sano” e gioco patologico.

Sembrerebbe quasi che ci fossero due categorie: chi gioca senza problemi e chi invece esagera con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. O si fa parte di una categoria o di un’altra e a dividerle c’è questo confine del gioco responsabile. Ma forse le cose sono un po’ più complesse.

Per chiarire meglio potremmo tracciare una linea immaginaria tra le due categorie in modo tale che non esistano solo due possibilità (o sono un giocatore patologico o non lo sono) perché ognuno può posizionarsi su un qualsiasi punto di questa linea, ma la posizione non è fissa: ci si può spostare verso una categoria o verso l’altra.

Un problema di gioco nasce principalmente dalla concomitanza di tre fattori: l’ambiente, la disponibilità/accessibilità del gioco e da fattori personali. Quest’ultimo in particolare impedisce di fissare quel famoso limite. Può sembrare una banalità, ma siamo tutti diversi: ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie fragilità.  Alla luce di questo potremmo dire che, se esiste, fisseremmo un limite diverso per quante sono le persone che giocano d’azzardo.

Il gioco responsabile inoltre ha lo svantaggio di distrarre da un altro importante aspetto: lo sviluppo della dipendenza.

Ognuno potrebbe pensare: “ma io sto giocando responsabile, mi so limitare e non è certo il mio caso”. Così facendo (e pensando) spesso non ci si accorge che il proprio limite, auto-fissato, di gioco responsabile viene spinto sempre più avanti verso l’estremità del gioco d’azzardo patologico.

Purtroppo la dipendenza non si sviluppa in un giorno, e neanche in una settimana. Non è un interruttore acceso/spento: si sviluppa pian piano, giocata dopo giocata e ovviamente senza che l’interessato se ne accorga.

Non voglio dire che chiunque gioca d’azzardo svilupperà una dipendenza, quello che voglio dire è che nessuno può dire con certezza che non diverrà dipendente dal gioco d’azzardo se ci si concentra solo su un limite dalla dubbia esistenza.

Per cui penso si possa dire che l’unico limite “sicuro” sia quello di giocare il meno possibile.

mercoledì 11 giugno 2014

Gli errori di pensiero: quando la logica non accetta la casualità


C’è qualcosa che rende “pericoloso” giocare d’azzardo ed è qualcosa collegato ad una caratteristica tipica del nostro modo di pensare.

L’uomo cerca sempre di dare un senso a quello che non capisce, di spiegarlo, quindi controllarlo e prevederlo. Questo ha permesso le più grandi scoperte scientifiche, il progresso e la nostra evoluzione.

Ma se applichiamo questo modo di pensare al gioco d’azzardo, la cui caratteristica principale è quella di essere quasi esclusivamente se non totalmente controllato dal caso, si può andare incontro a spiacevoli errori di valutazione.

Giusto per rendere più chiaro quanto l’azzardo sia collegato a qualcosa che non è né prevedibile né tantomeno controllabile basti pensare che il termine “aleatorio”, sinonimo di casuale, deriva dalla parola “alea” cioè dado in latino. Questo purtroppo non basta a far desistere dal tentativo di dare una spiegazione al gioco d’azzardo e al suo funzionamento.

Per non correre il rischio di fare un discorso campato in aria, presenterò ora alcuni di quelli che vengono definiti “errori di pensiero”, idee che esercitano un fascino irresistibile su chi gioca, sia esso un giocatore occasionale o un giocatore patologico.

“Ho perso tante volte, adesso DEVO vincere”: FALSO; l’idea che dopo una serie di perdite ci debba essere per forza una vincita non è corretta. “Quel numero non esce al lotto da 100 estrazioni, adesso è più probabile che esca”: FALSO; ad ogni estrazione si rimettono tutti i numeri nell’urna, di fatto azzerando i conteggi. Ogni estrazione non è influenzata dalle precedenti né influenza le successive rendendo lo studio dei numeri ritardatari una pratica inutile, per quanto diffusa. “Oggi la sfortuna è contro di me”: FALSO; si tratta di un’attribuzione di caratteristiche “umane” al caso, questo lo rende più “vicino” a noi, ci dà la sensazione, illusoria, di conoscerlo e quindi controllarlo.

“Al superenalotto la sequenza 1-2-3-4-5-6 ha meno probabilità di essere estratta”: FALSO; ogni combinazione di numeri ha le stesse identiche probabilità di essere estratta, cioè molto bassa.

“Ho puntato il 25 ed è uscito il 26, ho quasi vinto”: FALSO; come nel calcio o si fa gol o non si fa gol. Nell’urna, i numeri non sono posizionati in sequenza crescente, ma casualmente, per cui non è assolutamente detto che per poco non sia stato estratto il numero che avevamo puntato. Consideriamo per esempio i Gratta & Vinci: quante volte capita che i numeri stampati differiscano di una sola cifra da quelli propri? Un piccolo stratagemma per alimentare l’illusione della “quasi-vincita”.

Questi sono solo alcuni esempi, tra i tanti possibili, di come si possa credere di avere il controllo della situazione.

Sono tutte idee che possono venire, una volta o l’altra, a chiunque abbia provato almeno una volta a giocare d’azzardo. Idee che se vengono viste con un minimo di distacco risultano chiaramente fallaci.

Purtroppo in questi casi sicuramente non esiste il controllo sul caso e spesso si finisce con il perdere il controllo anche delle proprie azioni.

domenica 8 giugno 2014

Una pillola contro la dipendenza da gioco d'azzardo




 
 
 
Spesso ho sentito dire da chi ha un problema di gioco d’azzardo patologico: “Peccato che non esista una medicina contro il gioco…”.

Ogni volta il paragone che mi viene in mente è con una farmaco usato per la dipendenza da alcol: l’Antabuse.

L’Antabuse viene usato soprattutto nel primo periodo di disassuefazione da alcol. Si chiede la collaborazione di un familiare per somministrarlo e, una volta che si inizia ad assumerlo, non si può più bere perché le conseguenze potrebbero essere molto spiacevoli.

Il farmaco inibisce la metabolizzazione dell’alcol per cui, se quest’ultimo viene assunto, può causare reazioni come: sensazione di calore al viso, tachicardia, cefalea, vomito e in certi casi il coma. Queste variano in base al grado di alcol assunto. Va da sé che questo farmaco deve essere somministrato sotto stretta prescrizione medica e se la persona è intenzionata a smettere.

Ma in sostanza, a cosa serve?

Innanzitutto serve ad inibire l’assunzione di alcol: una volta che si è consapevoli delle conseguenze, di norma, si evita di bere.

In secondo luogo, rassicura i familiari che, tenendo sotto controllo la somministrazione del farmaco, possono monitorare anche l’assunzione di alcol.

Tornando al gioco d’azzardo e all’affermazione iniziale si può ragionevolmente dire che, a causa della carenza di studi ad hoc, al momento non esiste un farmaco specifico.

Si sta comunque tentando anche un’altra strada: esistono dei farmaci già esistenti che abbiano un effetto anche sul gioco d’azzardo patologico?

Tenendo presente che i risultati non sono definitivi e validati, si sta cercando di capire se i farmaci usati per altre dipendenze possano avere effetti positivi oppure se in presenza di altre problematiche (come per esempio un abbassamento dell’umore), curando quest’ultime si riduca la dipendenza da gioco d’azzardo.

Guardando la questione anche da un altro punto di vista potremmo leggere l’affermazione come la volontà di smettere di giocare senza fatica, affidando ad un farmaco “magico” il compito di fare tutto il lavoro. In questo caso, ribadisco che potrebbero anche esistere i farmaci, ma senza l’impegno personale non faranno mai effetto. Spiegandomi meglio, la volontà iniziale di uscirne rende efficaci i trattamenti: trattamento di gruppo, psicoterapia individuale e (futuri?) medicinali. In caso contrario il percorso avviato risulterebbe difficile.

Per ora possiamo cercare di identificare qualcosa che abbia le stesse finalità di una farmaco che inibisca il comportamento di gioco d’azzardo ricordando una cosa già detta: non avere soldi in tasca, nel primo periodo, è una buona “medicina”. Teniamo sempre conto che, pur avendo affetti anche fisici, il gioco d’azzardo è una dipendenza prettamente psicologica che non prevede l’assunzione di una sostanza. Questo rende il trattamento fisico, attraverso medicine, più complesso.

Concludo con la frase di un partecipante al gruppo: “venire al gruppo ogni settimana è come farsi il richiamo ad un vaccino: ogni volta mi faccio la puntura che dura fino all’incontro successivo”.
 

Questione di termini?


Alla fine del post precedente mi sono soffermato sulla differenza tra i termini "ludopatia" e "gioco d'azzardo patologico". Quale poteva meglio descrivere la dipendenza dal gioco d'azzardo? 

La mia opinione era chiara: ludopatia, a io avviso, è più un termine ad effetto, ma incompleto. 

Ora ci ritrova a doversi fare la stessa domanda con termini diversi. Perché? 

 
Il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) è un manuale che raccoglie e cataloga a fini diagnostici tutti i disturbi mentali. Ebbene, a fine maggio si è arrivati alla pubblicazione della quinta versione.

Relativamente al gioco d'azzardo le principali differenze rispetto alla quarta versione del DSM sono: 

•Spostamento dalla categoria "Disturbo del controllo degli impulsi" alla categoria "Dipendenze". Questo, come conseguenza, porta a riconoscere il gioco d'azzardo a livello delle altre dipendenze. Nell'ottica della cura è un cambiamento molto importante perché riconosce la necessità di applicare gli stessi criteri terapeutici utilizzati per le altre dipendenze. 

•Cambiamento del nome da "Gioco d'Azzardo Patologico" a "Disturbo da Gioco d'Azzardo". Prima, in base alla gravità, si differenziava tra giocatore problematico e giocatore patologico. Ora invece esiste una sola categoria diagnostica, il Disturbo da Gioco d'Azzardo, e la gravità viene diagnosticata sulla base dei criteri soddisfatti. Questa può essere vista come una conseguenza dell'inclusione nella categoria delle dipendenze.

Quindi: "Gioco d'Azzardo Patologico" o "Disturbo da Gioco d'Azzardo"? 

Rispetto al Post precedente ritengo che la differenza sia sì meno netta, più sfumata, in termini concettuali, ma, come abbiamo visto, con implicazioni maggiori.

Ciò non toglie però, soprattutto relativamente ai fini di questo blog, che queste siano differenze che interessano principalmente  gli addetti ai lavori.  

A volte la scelta di un termine rispetto ad un altro può fare una grossa differenza.

 



venerdì 6 giugno 2014

Ludopatia o G.A.P.?


Una piccola precisazione su cosa si intende con la parola gioco.

Quando si parla di gioco spesso l’accezione che se ne dà è di qualcosa di infantile, da bambini. A volte come qualcosa di “inutile”.

Prima di tutto bisogna rivalutare il gioco come un’attività fondamentale per la crescita personale. Nel gioco i bambini imparano i primi rudimenti delle regole e del loro rispetto e gettano le basi dello sviluppo affettivo e sociale tramite le relazioni che stabiliscono giocando con altri bambini. Per essere tale, il gioco deve avere alcune caratteristiche tra le quali: essere limitato nel tempo, avere, appunto, delle regole, essere consapevoli che si sta facendo finta, ma soprattutto deve essere un’attività che si svolge per se stessa, per il piacere di farla, senza secondi fini. Un esempio molto efficace di gioco è quello dei cow-boy e degli indiani.

Date queste caratteristiche si può notare che giocare ha ben poco da spartire con il gioco d’azzardo che invece, rientrando in un’altra categoria di giochi, è un’attività che almeno inizialmente viene svolta con un secondo fine ben preciso (vincere, guadagnare soldi), non si riesce a limitare nel tempo (si può arrivare a giocare per una giornata intera) e diventa essa stessa realtà quando chi gioca afferma di isolarsi dal mondo e la cui aberrazione corrisponde al GAP (Gioco d’Azzardo Patologico).

Quindi abbiamo di fronte due attività che pur avendo una radice comune si riferiscono a due attività ben diverse.

Basti pensare che gli inglesi usano due verbi per distinguere le due cose: to play e to gamble. Il primo ha a che fare con l’attività sana sopra descritta, il secondo indica il gioco d’azzardo e la sua traduzione letterale è: scommettere, prendersi un rischio.

Ma gli adulti giocano? Come si può conciliare un termine associato ai bambini con l’età adulta?

Se consideriamo le caratteristiche del gioco sano, che differenza fa tra giocare ai cow-boy ed andare al cinema, fare giardinaggio, una passeggiata o dipingere?

In fondo, molte volte, si tratta di questo: recuperare una dimensione di gioco inteso come occasione di piacere, di arricchimento personale e non monetario, di relazioni sociali che non prevedano scommesse.

Per questo concordo con quanto molti affermano e cioè che il termine ludopatia sia una termine non propriamente corretto, pur essendo chiaro a cosa si riferisca.

Ludopatia, malattia del gioco, è un termine che indica una sofferenza legata a tutti i tipi di giochi. Questo può andare bene se si pensa per esempio alla dipendenza da videogiochi, che non sono da considerare gioco d’azzardo perché non è prevista puntata di denaro (una delle tre caratteristiche del gioco d'azzardo), ma appare chiaro che esiste anche un gioco che non potrà mai diventare una malattia proprio per le caratteristiche di crescita che lo contraddistingue. A mio parere, forse è più corretto, ma meno di impatto, parlare “semplicemente” di gioco d’azzardo patologico.

Per concludere ricordo che chi volesse avere maggiori informazioni può chiamarmi al numero che si trova nella pagina contatti o premere qui .

giovedì 5 giugno 2014

Giovanissimi e Gioco d'Azzardo


Il fenomeno che maggiormente sembra in preoccupante crescita è la diffusione del gioco d’azzardo tra i giovanissimi. Dallo studio “Ragazzi in gioco”, promosso dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Infanzia e dell’Adolescenza e dalla SIMPe (Società Italiana Medici Pediatri) e presentato all'International Pediatric Congress on Environment, Nutrition and Skin Diseases di Marrakech, emergono dati preoccupanti circa la diffusione delle pratiche di gioco d’azzardo tra i giovanissimi. Di seguito si riportano solo alcuni numeri pubblicati dal suddetto studio:

  • Almeno 800.000 ragazzi italiani fra i 10 e i 17 anni giocano d'azzardo, ovvero il 20%, uno su 5.
 
  • Addirittura 400.000 bimbi fra i 7 e i 9 anni hanno già scommesso la paghetta su lotterie, scommesse sportive e bingo.
 
  • Preoccupante che questa attività non venga svolta con l’intento di guadagnare, ma per divertimento.

E i genitori? Dallo studio emerge una quadro altrettanto preoccupante relativamente ai genitori. Il 90 % dei genitori intervistati infatti non ha idea di cosa significa il termine “ludopatia” e il 70 % non parla dei rischi collegati al gioco d’azzardo con i propri figli.
 
“I genitori lanciano un messaggio ambivalente”, afferma il dott. Giuseppe Mele, Presidente della SIMPe. Infatti 53 % di coloro che si dicono preoccupati del fatto che il loro figlio giochi, non sa neppure in che contesto lo faccia. Inoltre il 51,3 % non usa filtri nel computer di casa per impedire il raggiungimento di siti per scommesse online, tipologia di gioco preferita dai giovani.

Di seguito il link per visualizzare lo studio completo:
http://www.simpe.it/news/notizie/2014/04/28/RAGAZZI%20IN%20GIOCO%20-%20Progetto%20Ludopatia/SIMPe_Ragazzi%20in%20gioco.pdf

mercoledì 4 giugno 2014

La sofferenza del familiare


Quando si sviluppa una dipendenza da gioco d’azzardo a soffrirne non è solo chi gioca, ma anche chi gli sta attorno.

Penso sia importante, parlando in generale, prendere in considerazione il punto di vista del familiare e il ruolo che quest’ultimo ha nell’aiutare, per esempio il coniuge o il genitore.

Scoprire che il proprio marito o moglie gioca è un fulmine a ciel sereno. Ho parlato di scoperta perché in molti casi la presa di coscienza del problema non nasce dall’ammissione del giocatore, ma da eventi fortuiti.

In molti casi, chi gioca afferma di farlo per non pensare ai propri problemi, per evadere e isolarsi dalla realtà. Questo funziona finché la realtà non fa sentire la sua esistenza e di solito lo fa attraverso una lettera di richiamo da parte della banca o il periodico invio dell’estratto conto. Leggere che le cose non stavano andando come si credeva e che il conto corrente è stato sicuramente ridotto, quando non prosciugato, innesca una serie di emozioni nel familiare.

Paura, rabbia, tristezza sono alcune delle naturali e comprensibili emozioni che si possono provare di fronte a questo. Un altro importante sentimento con cui il familiare si trova a fare i conti è l’impotenza. Ci si sente impotenti perché si percepisce di non avere avuto nessuna possibilità di controllare gli eventi, perché la possibilità di vivere una vita più o meno serena è stata sottratta passivamente. In fin dei conti, dal suo punto di vista, il familiare è “innocente” e la situazione si è creata a sua insaputa e contro la sua volontà.

Spontaneo, quindi, cercare di capire cosa sia successo. Si aprono così la strada altre ipotesi in cui la dipendenza da gioco d’azzardo è solo la parte culminante. “Posso essere stato io indirettamente a favorire questa cosa?”. “Dove posso avere sbagliato?”. “Perché non me ne sono accorta/o prima?”.

La prima conseguenza, una volta che ci si è ripresi dallo smarrimento iniziale, di solito è la perdita della fiducia nel coniuge. Scoprire che la persona che ci sta vicino ci ha tenuto nascosto questa cosa assume i tratti del vero e proprio tradimento.

Il primo periodo, dopo la scoperta, non sarà sicuramente semplice e si potranno creare delle tensioni, ma sarà anche positivo perché da quel momento in poi le cose non potranno che cambiare, se queste emozioni non diventano motivo di allontanamento del familiare, ma vengono elaborate trasformandole così in spinta ad uscirne assieme.

In che maniera un familiare può essere d’aiuto?

Due principalmente sono le strade.

La prima è una misura, diciamo, d’emergenza ed è molto concreta. Prima di tutto bisogna fermare l’emorragia economica e l’unica maniera per fare ciò è che il familiare assuma su di sé la totale gestione dell’economia della famiglia.

Questo può servire innanzitutto per verificare/pianificare/monitorare la situazione finanziaria e per l’eventuale copertura di debiti. Inoltre serve perché chi gioca non possa avere a portata di mano la “materia prima” che gli permette di giocare né contante (attenzione ai soldi lasciati in giro per casa) né carte di credito o bancomat.

La seconda è quella di dare supporto emotivo. Questo supporto si può manifestare in varie maniere. Per esempio, vincendo il senso di vergogna che può pervadere in una situazione simile e chiedere aiuto. Un’altra maniera può essere quella di non giocare d’azzardo a propria volta, anche e soprattutto se si parla “di una giocata a settimana”. Oppure partecipare assieme al coniuge agli incontri di gruppo.

Stare vicini quindi, ma bisogna tenere presente che la responsabilità del cambiamento spetta al giocatore.

martedì 3 giugno 2014

Una sofferenza moltiplicata per 7


Ultimamente molto si sta dicendo e scrivendo circa il gioco d’azzardo e la dipendenza da esso; ormai è un’emergenza locale e nazionale. Importante, a mio avviso, da parte dei media (giornali e televisione su tutti) il lavoro di divulgazione della conoscenza sul fenomeno e sui meccanismi e rischi che lo caratterizzano. L’idea che mi sto facendo, però, è che qualche volta l’attenzione sia focalizzata più sul fenomeno a livello teorico.

Vorrei provare a parlare “solo” delle persone che soffrono a causa di una vera e propria dipendenza che può avere conseguenze che vanno oltre i numeri. Un esempio: le statistiche a livello nazionale ci dicono che le persone che presentano un problema “importante” di gioco d’azzardo vanno da un minimo di 302.093 ad un massimo di 1.329.211, rispettivamente lo 0.5 e il 2.2 % della popolazione italiana. Questi sicuramente sono dati preoccupanti, ma per certi versi incompleti. Gli esperti in materia, infatti, dicono che questi numeri andrebbero moltiplicati per 7. Perché? Perché la dipendenza da gioco d’azzardo, non ha solo conseguenze per i diretti interessati, ma anche per le loro famiglie. Una sofferenza che colpisce mogli, mariti, figli, genitori,…

Con questa semplice osservazione si comincia così ad intravedere la reale portata del fenomeno.

Come mai la sofferenza di uno ne colpisce molti? La risposta può sembrare banale, ma spesso ce ne dimentichiamo perché ha a che fare con la natura stessa dell’essere umano e può essere data per scontata: l’uomo è un animale sociale.

Questo significa che siamo sì degli individui, ma con gli altri instauriamo delle relazioni. Va quindi da sé il fatto che quando abbiamo un problema, i suoi effetti si riverberano attraverso le relazioni anche su chi ci sta attorno. A volte questo succede senza che ce ne accorgiamo perché magari si tratta di piccoli problemi. Ma se stiamo parlando di GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) e alla sua gravità sul piano delle conseguenze, comprendiamo facilmente come gli effetti si facciano sentire con maggior vigore. Per forza di cose, le prime relazioni che ne risentono sono quelle più strette, familiari e amicali per prime.

In quest’ottica si sfocano i confini tra “giocatore” e “familiare”, intese come due rigide categorie, quasi due fazioni una di fronte all’altra, vittima e carnefice, chi gioca e chi ne subisce le conseguenze, ma esistono persone che soffrono alla stessa maniera anche se con modalità differenti.

Cosa si può fare quindi?

Una via d’uscita c’è e, per quello che riguarda la mia esperienza nel nostro territorio, è di rivolgersi a chi può dare un aiuto: ULSS 14 e ACAT Chioggia Cavarzere.

E’ importante che a partecipare, agli incontri settimanali del gruppo, siano anche i familiari. Scoprire che non si è soli ad affrontare il problema e confrontarsi con altri ha una valenza molto positiva. Così nel corso del tempo, incontro dopo incontro, si rinsaldano i legami con i familiari e se ne creano di nuovi con gli altri partecipanti. E’ importante darsi la possibilità di instaurare nuove relazioni abbandonando l’unico legame impossibile da mantenere: quello con il gioco d’azzardo.